Io mi chiamo Manuele. Sono italiano. E sono morto.

Voglio raccontarvi la mia storia che potrebbe essere la stessa di chiunque altro, di ogni colore, in ogni parte del mondo. Una storia sbagliata.
Sono, siamo, fuggiti, io e la mia compagna Cinzia, dal mio paese, l’Italia. Un paese che amiamo tantissimo ma nel quale non c’è più posto per chi non si adegua alle convenzioni fasciste/mafiose che ormai governano la cosa pubblica e influenzano pesantemente quella privata. Non c’è spazio per chi vuole esprimere la propria opinione liberamente. Non c’è più lavoro. Non c’è più libertà.

Siamo scappati, dicevo. Abbiamo chiesto asilo e siamo stati accolti qui nel Wakanda, come rifugiati, in questa minuscola nazione nel centro dell’Africa. Una piccola monarchia illuminata, un paese ricco economicamente e culturalmente grazie alle risorse minerarie e al giovane re che sa far rispettare, dentro e fuori i confini, le antichissime e nobili tradizioni del suo popolo. Si sta bene qui anche se la nostalgia per Roma la nostra città ogni tanto ci prende alla gola e ci fa sognare di poter tornare a casa un giorno.

Ovviamente questo è il Wakanda, eh… non è Utopia. Anche qui ci sono situazioni delle quali vergognarsi. Per esempio esistono delle fazioni para-tribali che si riconoscono non su base etnica, come è tradizione da queste parti, ma su base ideologica. I Kultrà. Questi Kultrà predicano la separazione totale del Wakanda dal resto del mondo, odiano tutti gli stranieri, in particolare i bianchi di origine europea. Dei veri e propri razzisti violenti al punto che la gente qui li ha soprannominati KKKultrà. Questi si riuniscono spesso in occasione di eventi sportivi e lì sfogano tutta la loro rabbia e odio scatenando risse e pestaggi tra una fazione e l’altra e contro le forze dell’ordine. Stranamente, nella maggior parte dei casi restano praticamente impuniti, come se godessero di una magica immunità. Neanche T’Challa, il nostro buon re, con tutta la sua influenza è riuscito a risolvere il problema dei KKKultrà.

Ma continuiamo la nostra, la mia, storia.
Una sera passeggiamo, io e Cinzia, per il viale del villaggio che ci ospita e che ormai consideriamo casa. Una bella serata passata in compagnia di amici, una famiglia del posto, bella gente, brave persone. A un certo punto incrociamo un tizio che ha cominciato a fissarci già da lontano e che passandoci vicino pronuncia nella lingua locale una cosa che suona tipo «Bianchi, Italiani, Mafiosi»… mi fermo e gli chiedo nella sua lingua: «Che hai detto?». Il tipo torna indietro, mi si piazza davanti che sento il suo alito puzzolente di birra e mi dice in italiano: «Tua moglie, puttana». Ho capito, sì, di avere a che fare con un provocatore Kultrà ma, sinceramente, in quel momento, non ci ho ragionato troppo e come si usa a Roma, gli ho “parcheggiato ‘na mano ‘n faccia”. Ne è nata una rissa, che forse quello stronzetto è uscito di casa apposta per provocare. Ci azzuffiamo e con uno spintone lo mando a sbattere contro un segnale stradale. Il Kultrà però, è ormai inferocito e non può accettare la reazione di un bianco, che secondo la sua mente malata dovrebbe sopportare in silenzio ogni insulto e sopruso. Credo che abbia anche una certa pratica di boxe perché non riesco a parare i suoi colpi e a un certo punto mi colpisce con un montante e mi butta giù. Batto la testa contro il marciapiede e poi il pianto di Cinzia prima forte e poi sempre più debole e poi il buio e poi niente.

Io mi chiamo Manuele. Sono italiano. E sono morto.

Probabilmente Amodù, il Kultrà che mi ha ucciso, la passerà sostanzialmente liscia, perché qui nel civilissimo Wakanda esistono ancora privilegi tribali e magari si troverà anche qualcuno pronto a testimoniare che sono stati gli “italianimafiosi” ad aggredirlo. Lo sappiamo tutti come funzionano queste cose. Intanto Cinzia ha dato il permesso per la donazione dei miei organi, come ho dichiarato nel tesserino che tengo sempre nel portafoglio. Qualcosa di me resterà ancora in vita in questo angolo di paradiso.

Io mi chiamo Manuele. Sono italiano. E sono morto.

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