scuolaLa vedo difficile. Non vesto firmato, non fumo, non bevo per sballarmi, non uso sostanze e farmaci e se ho un mal di testa lo sopporto finché non passa. Non ho pezzi da cento nel portafoglio. Non gioco d’azzardo. Non mi vanto di conquiste femminili. Porto rispetto a persone e cose. Quando spiego che per me la lucidità del pensiero è stata un traguardo importante e sofferto e non mi interessa lo sballo, mi guardano stupiti come se fossi un alieno che non capisce le usanze di questo mondo. Quando impedisco di usare Wikipedia nelle ricerche e pretendo approfondimento non capiscono il perché anche se lo spiego mille volte. Quando faccio spegnere il videogioco o il sito di scommesse sul computer del laboratorio e motivo la richiesta mi dicono: «Ma che te frega, prof!». Cerco di far capire, anche con l’esempio, che l’impegno, l’applicazione e la concentrazione sono strumenti indispensabili e non bastano 10 minuti di lavoro per ottenere risultati importanti e a volte non basta una vita intera, ma è come dar testate sul granito. 
Mi guardano con sufficienza: dall’alto della loro esperienza di diciottenni sono uno che non ha capito niente della vita. Io lo riconosco quello sguardo furbo, vissuto, spesso pietoso. Non sarò mai un modello, un esempio per loro, qualcuno da imitare ma solo uno dei tanti falliti che pretendono di campare lavorando e cercando di farlo bene. Dal loro punto di vista sto solo perdendo tempo; ho perso tempo per tutta la mia vita. 
La vedo difficile. I miei valori non interessano. Non trovo un punto di contatto, un appiglio, un salvagente, un gancio per tirarli fuori dalla melma in cui sono felici di sguazzare.
Forse questi ragazzi/e hanno già la loro strada, la loro vita è bruciata, è troppo tardi e non hanno più bisogno di me.