15agosto2004_papà

Luigi n. 12-01-1933 m. 11-08-2012

Non è che abbia mai avuto chissà quale ammirazione sviscerata nei confronti di mio padre.
Grande affetto e rispetto sì, certamente.
Una certa stima per la sua onestà e la ricerca della giustizia sociale sì, certamente.
Tanta riconoscenza per avermi trasmesso quel senso di dignità tutto sardo che ancora mi porto dentro sì, certamente.
Ma una ammirazione sviscerata, quel volergli assomigliare a tutti costi come molti figli fanno, proprio no.
Eravamo troppo diversi io e mio padre. Estroverso e simpaticone lui, introverso e diffidente io; impulsivo lui e riflessivo io.
Negli ultimi anni, da pensionato, il suo senso di giustizia innato era diventato quasi patologico, l’indignazione ormai cronica; ogni stortura del mondo e della vita quotidiana erano un motivo per accumulare rabbia. Dalle guerre nel mondo al parcheggio in sosta vietata c’era sempre un motivo per prendersela con qualcuno e starci male. Ma starci male davvero: somatizzava e ogni piccolo dolore, ogni piccolo disturbo, un raffreddore, un mal di testa, era una tragedia al limite dell’ipocondria.
Discutevamo spesso per questo.
Ma ci volevamo bene.

Quando un anno fa, improvvisamente, smise di fumare e cominciò ad accusare raucedine e bruciori di stomaco, fummo tutti portati a sottovalutare la situazione e si minimizzava a forza di bicarbonato e battutine. Ma lui insisteva: “c’è qualcosa che non va…” andava ripetendo.
Dopo qualche mese e tante ricerche mediche si approdò alla diagnosi terribile e definitiva, quella che non vorresti mai sentire, quella che fa tremare le gambe e strozzare la saliva in gola. Papà si sedette in silenzio per qualche minuto, la mia mano sulla sua spalla mentre gli spiegavo i dettagli della cartella clinica. Mi guardò fisso negli occhi, si alzò e ci avviammo ancora in silenzio verso l’auto che avevo parcheggiato fuori dell’ospedale. Prima di entrare in macchina mi prese per braccio e a bassa voce, rauco mi disse stringendomi: “Coraggio… ce la faremo…”.

Mi sono sentito un idiota.
Mi sono reso conto di aver sottovalutato per troppo tempo quell’amato ometto che mi aveva generato.
Da quel momento in poi sono diventato la sua ombra e in seguito anche la sua voce, le sue braccia e le sue gambe.

Mesi di analisi, tac, risonanze magnetiche, biopsie, chemioterapie, radioterapie, lunghe file in sale d’attesa, in farmacie, momenti di gioia immensa e bottiglie stappate per una tac di buon auspicio e notti di pianto solitario per la consapevolezza del poco tempo realmente rimasto e di dover mentire per non uccidere la speranza.

E poi ancora la sentenza finale dell’oncologo, quella frase pronunciata a mezza voce e con lo sguardo basso: “Non c’è altro da fare… attiviamo l’assistenza domiciliare per le cure palliative?” e uscire dallo studio, indossare un sorriso decente e raccontare a mio padre la balla che le cose andavano meglio e avrebbe passato un periodo di riposo a casa per riprendersi dagli effetti collaterali della chemio e della radio per poi ricominciare le cure e la lotta contro il mostro. E vederlo andare via salutando e ringraziando felice infermieri e medici e facendo coraggio con le sue battutine a chi ancora restava a farsi iniettare in vena un po’ di chimico veleno salvavita.

E poi ancora tre lunghissimi mesi in cui ogni giorno era sempre peggio, sempre più debole e inventare la scusa del caldo afoso e stare lì ad ammirare senza fiato l’impegno titanico e la voglia di vivere di un uomo che sta morendo lentamente, senza lamentarsi, felice di ogni piccolo miglioramento quotidiano senza pensare a quanto invece stava davvero meglio solo pochi giorni prima. Commuoversi per l’abbraccio di ringraziamento che si scioglieva ogni volta che lo sollevavo quando ormai non camminava più. Vederlo salutare sempre allegro e sorridente l’infermiera e il medico che lo tenevano sotto controllo quotidiano. Preparare con cura quei momenti in cui gli esercizi ginnici alle gambe gli facevano sussurrare soddisfatto, senza voce: “Eccoqquà… questo mi fa bene…”.

Non c’era più traccia di quell’ometto stizzoso sempre arrabbiato per i guai del mondo, quell’ometto che urlava contro il televisore durante i dibattiti politici e che se la prendeva con l’automobilista che non si ferma al semaforo rosso o chi non rispetta la fila alla cassa.

C’era solo un UOMO che con la consapevolezza della gravità della situazione lottava giorno dopo giorno per restare vivo, serenamente, dignitosamente, con un sorriso e una battuta, anche nei momenti peggiori, quelli sporchi di dolore e umiliazione.
Il cancro mi ha tolto un padre, lo ha scarnificato, lo ha consumato fino all’osso, ne ha tirato fuori la migliore essenza e mi ha restituito un eroe.

Il mio EROE.
Qualcuno da ammirare e imitare.
Mio Padre.
Luigi.

(29 agosto 2012)